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Lo sviluppo dell’economia della conoscenza a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni ha conferito estremo rilievo al valore dell’apprendimento, ma, al tempo stesso, ha inscritto il ruolo della formazione all’interno di una logica strumentale orientata al miglioramento continuo del capitale umano. Uno dei rischi a cui continuamente siamo esposti consiste nell’invito ad allineare, spesso in modi impliciti e acritici, le premesse di fondo del sistema educativo a quelle di un sistema economico ancora lontano dall’integrare nel proprio funzionamento questioni cruciali come la sua eco-sostenibilità. Gregory Bateson, già negli anni Settanta del secolo scorso, evidenziava alcuni errori epistemologici fondamentali di un’economia basata su una crescita illimitata e orientata a massimizzare le sue variabili di riferimento (il profitto, il PIL etc.). Il contributo propone alcune riflessioni inerenti al modo in cui alcuni costrutti chiave dell’economia della conoscenza (ad esempio, la “guerra dei talenti”, il “capitale umano”, le "competenze" etc.) possono assumere significati differenti a seconda dell’ecologia delle relazioni e delle idee in cui essi prendono forma. Tali differenze hanno un effetto significativo nel momento in cui ci apprestiamo a progettare e realizzare interventi formativi. |